Quell'umanità raccolta
perlopiù intristita dai fumi
delle storie sue e degli altri,
spesso imbastardita,
in odor di periferie come latomie,
non m'appartiene.
E t'invidio per le notti che passi
da pipistrello
a cercare le certezze e le parole
forti che usi in descrizione.
Qua, nella parte del mondo dove vivo,
tra pratirasoterra, heidicapre,bàulinonni,
bambini imbavagliati in marinare,
codebionde di Cavalli,
e prosopopee d'antan,
mi adatto all'eleganza che nasconde la sostanza
mancante sotto tutte queste perle intorno al collo.
Allora ti penso a dormire trai tuoi treni
che stanno sempre in un posto di partenza,
pronto alla pisciata liberante sui binari
e alla sporcizia liberata dai sedili.
Tu in partenza sempre.
Ed io seduta in salotto
ad aspettare.
Se per azzardo ultimo
tu potessi lasciare tutte
le tue scuse a Rimbaud
insieme ai cocci di bottiglia
che a volte scagli sopra il muro
alto di tutto quell'amore
che ti fa irredento di te stesso
forse allora capiresti
che quella vita che trascini di peso
come un sacco di farina da mulino
altro non è che la maledizione dei poeti
figli di un dio inferiore e inferno
che li condanna ad una miopia
da scienziato o da assassino.
Vorrei poterti regalare un po' della mia rassegnazione
qualche penna azzurra di pavone
e i guanti di lattice che uso per mettere
a bagno i panni sporchi
insieme alla colpe che con te
volente o nolente condivido.
Sento la tua risata al di là degli Appennini
che s'inchina al mare.
Io so che tu capisci anche se non dici.
Così indosso quel grembiule a fiori
-così anni settanta-
che so ti piacerebbe
proprio per ascoltare da Guccini
di Cyrano e il suo naso
e ridere con te
di queste masturbazioni incoite
che ci procuriamo
noi poeti
e dei barattieri o ladri che affollano stasera
incauti
le pagine di molti dei giornali
dove i nostri gatti
si sono incaricati di dormire.
Ti penso ostrica da scoglio
che racchiude l'occhio
di quel dio inferiore che t'ha fatto
e che ti ha dato in dono il nome
di qualcuno
che fu poeta -e grande-
come te disincantato e lirico
ad un tempo
che scrisse di dita e giorni
che come te strofinava i polpastrelli delicati
sopra il braille di questo mondo
averno dove non s'accende mai la luce prima
di scopare
via i resti degli intonaci alle pareti umide
e aperte sui cortili.
Io che ho studiato poeti e manifesti
ora vorrei in fondo appartenere
a un canone o avere qualche colpo in canna
e qualche rospo in gola da rigettare come te
per superare il limite che c'è
nel suono del pensiero detto.
Vorrei un occhio che sapesse la palpebra
e l'ammiccamento inconsapevole
o il tic nervoso del dolore.
Io che tentenno in questa scrittura solitaria
e rivesto di broccati strofe come stoffe
In una dialettica lenta o vorticosa
- al meno urticante se tu vuoi-
strana e normale
in disarmonia verticale.
Forse non ci sarà luogo
dove potremo incontrarci
né possibilità d'affermazione
-my red lone wolf-
Chiamala, se puoi, Utopia.